RINASCIMENTO: '400

06.02.2021

Con il termine Rinascimento si è soliti indicare quella straordinaria stagione letterario, artistica, filosofica e scientifica dell'Italia tra '400 e '500. L'inizio del Rinascimento viene fatto coincidere con il concorso per le porte bronzee del Battistero di Firenze(il concorso fu vinto da Lorenzo Ghiberti).

Gli uomini di cultura italiana del XV e del XVI secolo si sentivano legati con un filo diretto alla grande civiltà classica di cui, consapevolmente, si ritenevano eredi, mentre consideravano il Medioevo un periodo di decadenza. Rinascimento è quindi, il ritorno in vita del mondo classico. E' certamente vero che il Quattrocento e il Cinquecento videro una straordinaria produzione artistica e letteraria come mai prima c'era stata.

Caratteri distintivi del Rinascimento furono l'amore e l'interesse per la cultura Classica e la consepavolezza della centralità dell'uomo , capace, con la propria intelligenza, di creare il proprio destino.

Per le arti figurative guardare al mondo classico non fu semplice imitazione, ma un modo per creare qualcosa di assolutamente nuovo. Infatti, gli artisti si sentirono di dover competere con gli antichi, di raggiungerli e se possibile, di superarli. Cosi la pensava Leon Battista Alberti, il quale scrisse che la fama dei suoi contemporanei è necessariamente superiore a quella degli antichi, perchè senza maestri sono riusciti a trovare <<arti e scienze mai vedute>>.

E' FIrenze la città in cui inizialmente si manifesta la nuova arte rinascimentale. L'Alberti, con un suo scritto, individua subito quelli che sono gli iniziatori del Rinascimento, talmente pieni di capacità da non essere secondi a nessuno dei famosi artisti dell'antichità: Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi, Donatello e Masaccio.


LA PROSPETTIVA

La formazione dello stile rinascimentale è strettamente legato all'invenzione e all'uso della prospettiva. Le ricerche spaziali, cioè di rappresentazione tridimensionale già presenti nella cultura gotica, ad esempio nell'opera di artisti come Arnolfo di Cambio, Giotto e i loro seguaci, passano dalla fase ancora sperimentale e intuitiva alla sistematizzazione scientifica di Filippo Brunelleschi.

Brunelleschi, scultore e architetto, introduce, tra il secondo e terzo decennio del '400 la prospettiva, un sistema geometrico-matematico, basato su regole precise che serve per rappresentare su due dimensioni lo spazio, che è di tre dimensioni. Sappiamo, da alcune testimonianze a lui contemporanee, che Brunelleschi aveva realizzato alcuni dipinti (oggi perduti) su cui aveva applicato, per la prima volta, le regole della prospettiva. Negli antichi documenti si parla di due tavolette che rappresentano due vedute di Firenze. Queste regole e il metodo brunelleschiano viene poi studiato e utilizzato anche da altri artisti, finchè un altro architetto rinascimentale, Leon Battista Alberti, perfeziona e descrive queste regole in un libro: il Trattato della pittura, del 1435 ca. La scienza prospettica, ragionata e basata su norme universali è il fondamento dello stile rinascimentale, in cui convergono spunti e tendenze che già circolavano in Italia da diverso tempo.

La prospettiva è così importante per l'arte del Rinascimento che tutto viene rappresentato prospetticamente. Gli artisti costruiscono spazi illusivi che vengono riempiti di strade, palazzi, città o paesaggi, ma anche popolati di personaggi, animali, piante, oggetti. Tutta la realtà visibile, tutto il mondo, poteva essere contenuto dentro la scatola prospettica. Tutto diventa visibile a tre dimensioni, progettabile, misurabile. La prospettiva, per gli artisti del Rinascimento, è lo strumento per progettare il mondo. Permette di inventare e costruire un oggetto, un palazzo, una città a misura d'uomo, riprendendo un'antico principio classico. 


FILIPPO BRUNELLESCHI

Giorgio Vasari attribuisce a Filippo Brunelleschi di aver dato inizio alla nuova architettura del Rinascimento . 

Partecipò al concorso per la Porta Nord del battistero di Firenze del 1401 , perdendo però il confronto con Lorenzo Ghiberti . Una volta accettata la sconfitta Brunelleschi parte con l'amico Donatello per Roma per studiare l'arte Romana e in particolare il Pantheon fino al Concorso per la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze nel 1418. 

Egli partecipò al concorso indetto dall'Arte della Lana per la costruzione della cupola, la quale avrebbe dovuto avere un diametro 54m. Brunelleschi propose di costruire una cupola oggi chiamata autoportante, cioè in grado di sostenersi da sola durante la costruzione. La proposta sembrò folle e Filippo venne addirittura portato fuori di peso dall'aula in cui si discutevano le soluzioni. Alla fine però, venne scelta la sua idea, poichè l'unica realmente realizzaabile.

La cupola si erge su un tamburo ottagonale foratod a otto grandi finestre circolari (oculi) che dannu luce all'interno. Vista esternamente appare come una rossa cupola segnata da otto bianche nervature che convergono verso il ripiano ottagonale. In cima vi si trova una lanterna cuspidata, stretta da otto contrafforti a volute.

La grande struttura è formata da due calotte distinte, secondo quanto voleva Brunelleschi, affinchè resistesse meglio all'umidità e perchè risultasse più maestosa e rigonfia. Tra l'una e l'atra si trova quindi un'intercapedine, larga 1,20 metri, abbastanza per permettervi lo scorrimento di scale e corridoi. Le due calotte sono unite perimetralmente da due anelli di travi lignee, verticalmente dai grandi costroloni d'angolo che si vedono anche all'esterno e da sedici costole intermedie disposte lungo le facce delle vele. Costoloni e costole intermedie sono anchesse unite tra loro per mezzo di nove anelli in muratura.

La sua costruzione è stata resa possibile grazie all'impiego della muratura a "spinapesce" e all'aver costruito una cupola di rotazione anzichè una semplice volta a padiglione. La spinapesce è una tecnina, derivata dall "opus spicatum", che consiste nel posizionare i mattoni alternativamente orizzontali e verticali. La cupola è così attraversata dalle cosiddette eliche murarie, che stringono la muratura fino a raccogliersi alla base della lanterna. I mattoni risultano inclinati verso i loro centri di curvatura e giacciono su superfici coniche: a una certa altezza il ragio di rotazione disegna la figura di un cono, il quale determina la giacitura dei mattoni; in una cupola a pianta ottagonale e a sesto acuto implica l'eistenza di più con, tutti con il vertice sull'asse centrale della cupola, e di raggio leggermente più lungo man mano che ci si avvicina alla sommità.

La costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore ha richiesto bern secidi anni; la lanterna è stata costruita in seguito, dopo un concorso che è stato vinto ancora una volta dal Brunelleschi.

SPEDALE DEGLI INNOCENTI

L'edificio si articola attorno ad un chiostro centrale, affiancato dalla chiesa e del dormitorio degli orfani. 

Esso si innalza su un ripiano, per cui si sale mediante nove gradini. Nove sono anche le arcate del porticato, le campate coperte da volte a vela, e le finestre di forma classica. Sormontate da un timpano, esse poggiano direttamente sulla cornice dell'alta trabeazione, che è tangente alla cima degli archi ed è sostenuta da un ordine maggiore di paraste situate all'estremità della fabbrica. Esse sono a loro volta sormontate da colonne libere. Nei timpani Filippo aveva progettato dei tondi concavi tangenti agli archi e alla trabeazione, questi vennero successivamente sostituiti da ceramiche di Andrea Della Robbia. Vengono utilizzati pulvini modanati a gola dritta, posti sopra gli abachi dei capitelli corinzi.

Lo distanza tra le colonne è pari all'altezza delle colonne stesse e alla profondità del porticato. Le campate, di conseguenza, risultano di forma perfettamente cubica. Lo spazio del loggiato si può dire modulare. Brunelleschi utilizza ripetutamente la stessa misura al fine di meglio scandire lo spazio: difatti lo spazio tra il pavimento e la trabeazione, come quello tra la trabeazione e la cornice di sottogrond, sono pari a due volte l'altezza di una colonna, mente lo spazio tra le colonne e l'architrave, e l'altezza delle finestre, sono pari a metà della colonna stessa.

CAPPELLA DE PAZZI

L'edificio è stato completato in una larga fascia di tempo, tanto che la costruzione si è conclusa tempo dopo la morte di Filippo. L'ambiente principale, basato sulla forma quadrata, si dilata in un rettangolo la cui copertura comprende una cupoletta emisferica centrale e due volte a botti laterali. Internamente vi è una scarsella, simile a quella della Sagrestia Vecchia, mentre la copertura dello spazio esterno replica quello dello spazio interno, anche se di dimensioni minori.

La facciata, incompleta, deve essere stata realizzata dopo Brunelleschi, perchè quest'ultimo mai utilizzava colonne architravate. Essa si può dividere in due parti: quella inferiore, comprendente un porticato delimiato da colonne corinzie trabeate, mentre quella superiore, formanta da una parete piena, è ornata da riquadri, delimitati da coppie di parestine che sostengono una trabeazione con fregio stigilato. 

La superficie del tetto è costituita da un rivestimento tronco-conica, rivestita di squame di laterizio, e sovrastante una cupola. Le nervature che la percorrono verticalmente altro non sono che la parte visibile di lamine murarie, simili ad archi rampanti, che convergono verso il centro. La copertura termina con una lanterna, sostenuta da sei colonnine, dalla forma concavo-convessa e con scanalature che convergono, ruotando, al centro del cupolino.

BASILICA DI SAN LORENZO

Brunelleschi aveva progettato un edificio a tre navate, con cappelle laterali, le quali però non sono state costruite, ad eccezzione di quelle del transetto e ai fianchi dell'abside.Come abbiamo già accennato, la basilica non è stata costruita interamente durante la vita di Brunelleschi, ma è stata "conclusa" successivamente da Antonio Manetti Ciàcchieri, se così si può dire, visto che la facciata dell'edificio appare tuttora incompleta.

Sempre dall'esterno dell'edificio, è chiaro come la sua forma non derivi da altro che dalla sovrapposizione di solidi geometrici puri. Benchè ci siano alcune incongruenze. si può intuire la correlazione degli elementri architettonici, soprattutto dall'interno dell'edificio.

L'arco che introduce alle piccole cappelle laterali, difatti, è inquadrato all'interno delle paraste, le quali sono sormontate da una architrave. La stesso architrave si ripete sopra gli archi che delimitano la navata centrale. Anche la trabeazione, che sta alla base delle volte laterali a vela, si ripete specularmente nei complessi capitelli che sostengono gli archi della navata centrale. Su questa trabeazione, si impostano gli arconi che sostengono la cupola centrale, che si innalza all'incrocio del transetto con la navata centrale. Le testate dei bracci del transetto si presentano come grandi arcate su due pilastri, affiancati da paraste, definendo, con la trabeazione che vi corre sopra, il primo schema di rinascimentale, il cosiddetto a "serliana".


JACOPO DELLA QUERCIA

Lo scultore rinascimentale Jacopo della Quercia nasce a Siena nel 1374. Il nome originale è Jacopo di Angelo, il "della Quercia" deriva da un quartiere di Siena. Contemporaneo di Brunelleschi, Ghiberti e Donatello, è considerato un precursore di Michelangelo. E' una figura di transizione nello sviluppo della scultura del Rinascimento italiano, che ha unito l'arte del tardo gotico di Nicola Pisano con una nuova rivalutazione della scultura antica, influenzando artisti italiani come Francesco di Giorgio, Niccolò dell'Arca e poi Michelangelo.Jacopo della Quercia proviene da una famiglia di artigiani, il padre, Piero d'Angelo, fa lo scultore e l'orafo, e il fratello, Priamo, il pittore.

Impara a scolpire il legno e il bronzo proprio dal padre, ma è il marmo il suo materiale preferito. Lavora per diversi mecenati, dallo Stato Pontificio alle nobili famiglie di Siena e Firenze, ed è l'unico artista senese del suo secolo che ottiene una grande reputazione a livello nazionale.

Nel 1401 partecipa al concorso per le porte di bronzo del Battistero di Firenze, ma vince l'appalto Lorenzo Ghiberti. Nel 1406 Jacopo scolpisce la tomba di Ilaria del Carretto, moglie del signore di Lucca, Paolo Guinigi, nel Duomo di Lucca, di cui ne restano solo l'effigie e il sarcofago. Nel 1408, a Ferrara, realizza la statua della "Vergine con il Bambino", oggi nel Museo dell'Opera del Duomo, e l'anno successivo riceve la commissione per la "Fonte Gaia" in Piazza del Campo a Siena, oggi sostituita da una copia, mentre l'originale si trova nella loggia del municipio.

Jacopo della Quercia torna probabilmente a Lucca nel marzo 1416 e l'anno successivo inizia a lavorare ai bassorilievi in bronzo dorato per il fonte battesimale di San Giovanni a Siena. 

Nel 1425 inizia la sua grande ultima opera (rimasta incompiuta alla sua morte), la decorazione scultorea del portale principale di S. Petronio, Bologna.

Le 10 scene della Genesi, tra cui la creazione di Eva, 5 scene della vita di Cristo precoce, i rilievi dei profeti, e le statue della Vergine con Bambino e Santi Petronio e Ambrogio danno quel senso di profondità tipico dei dipinti di Masaccio.

Nei suoi ultimi anni è premiato con numerose onorificenze dai senesi: nel 1435 fu nominato cavaliere e architetto sopraintendente del Duomo di Siena, per il quale lavora alla decorazione (incompiuta) della Cappella Casini.

Il suo stile scultoreo innovativo non ha trovato immediati seguaci a Siena, Bologna, o Lucca, ma in seguito avrà grande influenza su Michelangelo.

Jacopo della Quercia muore a Siena il 20 ottobre 1438.

E' sepolto nella chiesa di San Agostino a Siena.


DONATELLO

Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, nasce a Firenze nel 1386.

Se non ci fosse stato Donatello, forse non ci sarebbero stati neanche Michelangelo, Leonardo e Raffaello. Se non ci fosse stato Donatello, forse non avremmo avuto il Rinascimento.

Donatello è riuscito a dare ai volti delle sue opere quell'espressività che li rende umani, reali, come dei immortali nascosti in un sarcofago che li conserva per sempre. Se vogliamo conoscere il Rinascimento e i suoi capolavori non possiamo che partire da quest'artista, che può essere considerato il padre dei grandi maestri dell'arte italiana. Quel che è certo è che nel 1402 e fino al 1404 si trovava a Roma con Brunelleschi, più grande di lui di dieci anni. I due andavano in cerca di antichi capolavori dell'arte classica, sepolti sotto la città eterna, per trarne ispirazione. Questa loro attività valse ai due artisti il soprannome di "cercatori di tesori".

Le sue opere sembrano frutto di un'intensa introspezione psicologica che crea un'immediata empatia tra lo spettatore e il soggetto ritratto. Uno dei primi esempi di ciò è il Crocifisso di Santa Croce a Firenze, realizzato tra il 1406 e il 1408 in un'amichevole sfida artistica con l'amico Brunelleschi che in risposta, scolpì il Crocifisso di Santa Maria Novella (1410-1415).

Donatello, Crocifisso, 1406-1408 circa, Santa Croce, Firenze (Foto di Sailko, CC BY 2.5)
Donatello, Crocifisso, 1406-1408 circa, Santa Croce, Firenze (Foto di Sailko, CC BY 2.5)

San Giorgio

Tra il 1411 e il 1417, lavorando alla decorazione delle nicchie della chiesa di Orsanmichele a Firenze, scolpì uno dei sui più noti capolavori: il San Giorgio. Nella stessa chiesa realizzò, alla base del tabernacolo, il rilievo San Giorgio e il drago, famoso perché costituisce il primo esempio di "stiacciato".

Donatello, San Giorgio e il drago o San Giorgio libera la principessa (1416-1417)
Donatello, San Giorgio e il drago o San Giorgio libera la principessa (1416-1417)

La tecnica dello "stiacciato", di cui Donatello fu iniziatore e maestro, consiste nello scolpire solo la superficie del marmo o del bronzo, con variazioni minime rispetto al fondo, ottenendo una particolare illusione di profondità che rende le figure scolpite tridimensionali.

Nel 1438 realizzò la Cantoria, per la Cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze, considerata uno dei capolavori del primo Rinascimento.

La Cantoria viene richiesta a Donatello nel 1433 dall'Opera del Duomo di Firenze, per essere posta all'incrocio tra la navata principale e il transetto della chiesa, di fronte all'altra Cantoria di Luca della Robbia. Ora gli originali sono conservati nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze.

Per entrambe le cantorie il tema della rappresentazione è quello della lode a Dio da parte di angeli che cantano, suonano e danzano. Ognuna di esse misura in tutto cinque metri di lunghezza. La composizione di Donatello è più unitaria, egli concepì un portico architravato, con colonne libere, dentro al quale pose la scena figurata come in un fregio classico. Scolpì il fregio su due lastre di due metri e mezzo l'una in cui ha rappresentato una danza di putti con un effetto di movimento continuo. I putti di Donatello discendono da quelli classici: sembrano più genietti pagani che angeli, e sono colti nei velocissimi girotondi, in una confusione di gambe e braccia che riempie tutto lo spazio. La visibilità della scena è ostacolata dalle colonnette a tutto tondo della struttura architettonica. A sinistra i putti si tengono per mano o per gli avambracci, a destra si legano con classiche ghirlande di alloro intrecciate.

Donatello propone l'immagine di un allegro e festoso gioco di fanciulli che si rincorrono e danzano con straordinaria libertà e spigliatezza. Il movimento non si svolge in una sola direzione, perchè le figure davanti si muovono verso destra e quella dietro corrono nella direzione opposta, creando un effetto di moto continuo. 

Il mosaico dorato dello sfondo coglie ogni bagliore luminoso, data la collocazione della cantoria all'interno della crociera mal illuminata. Donatello realizza una superficie punteggiata che rifrange sulle figure in penombra scimntille luminose, creando un effetto di animazione cromatico-luminosa. L'architettura è riccamente ornata con numerosi motivi che derivano da prototipi classici ed etruschi e da incrostazione musiva multicolore. Si notano sostegni a mensole, cornici, specchi in marmo, corone, ghirlande, testine, conchiglie e anfore, che costituiscono un repertorio molto vario e "anticlassico" per la sua eterogenetità e fantasia. 

DAVID DI DONATELLO

Donatello, David, 1439-1443, fusione in bronzo, h 158 cm. Firenze, Museo Nazionale del Bargello
Donatello, David, 1439-1443, fusione in bronzo, h 158 cm. Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Il giovane David di Donatello dopo aver vinto il gigantesco guerriero Golia è in piedi vittorioso con una espressione enigmatica. Il giovane poggia il piede sinistro sulla guancia dello sconfitto la cui testa giace a terra. David poggia su di una corona d'alloro che orna anche il suo strano elmo. I capelli del ragazzo scendono fluenti sulle spalle. Con la mano destra stringe saldamente la spada con la quale ha decapitato Golia mentre nella mano sinistra stringe un sasso. Il giovane è completamente nudo tranne i calzari decorati che coprono anche parte dei piedi. Sul capo mozzato di Golia è ancora calato il pesante elmo da battaglia. 


MASACCIO

Tommaso Cassai di Ser Giovanni di Mone ("Masaccio") nasce a San Giovanni in Altura (oggi San Giovanni Valdarno) il 21 Dicembre 1401 da Giovanni di Mone Cassai di professione notaio e da monna Jacopa di Martinozzo. 

La Cappella Brancacci, i cui lavori furono sospesi per disavventure politiche dei Brancacci, venne completata dall'allievo di Masaccio, Filippino Lippi nel 1480. Quando nel 1425 Masolino partì per una commessa in Ungheria, Masaccio prese la direzione dei lavori alla Cappella, ma anche lui passò parte del lavoro ai suoi assistenti dopo aver accettato una ricca commessa a Pisa da ser Giuliano di Colino degli Scalzi da San Giusto per dipingere un polittico per la sua cappella in Santa Maria del Carmine nel 1426. Nel 1427 Masaccio che vive ancora con la famiglia, la madre Jacopa ed il fratello Giovanni, anche lui pittore che lavora con lui, ma dei lavori di questi anni si conosce ben poco.Nel 1428 Masaccio si reca nuovamente a Roma per una commissione e lì muore giovanissimo.Il breve percorso artistico di Masaccio fu un punto chiave per la pittura fiorentina del Rinascimento perchè fu ricca di anticipazioni: lo stile del pittore venne ripresa in seguito da Michelangelo.

LEON BATTISTA ALBERTI

Leon Battista Alberti nacque illegittimo a Genova nel 1404, pur essendo di origine fiorentina: la sua famiglia era stata infatti cacciata da Firenze. Studiò prima a Venezia e poi a Padova per poi approdare a Bologna con obiettivo la laurea in diritto canonico. Nel 1421 muore il padre. 


PAOLO UCCELLO

Paolo di Dono (detto Paolo dell'Uccello), nasce nel 1397 da Dono di Paolo, barbiere e chirurgo e da Antonia di Giovanni del Beccuto.


PIERO DELLA FRANCESCA

Piero delle Francesca è stato artista e matematico, rappresentando bene quello spirito che darà vita al Rinascimento, per cui l'uomo non è fatto per vivere nell'ignoranza limitandosi a soddisfare i meri bisogni primari, ma "per seguire virtute e canoscenza". Piero della Francesca è stato maestro nell'applicare all'arte le regole matematiche e definire così una prospettiva del tutto nuova per l'epoca.

Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 1416/1417 circa - Borgo Sansepolcro, 12 ottobre 1492) è stato uno degli artisti più interessanti del Rinascimento italiano. Pittore e matematico, le sue opere colpiscono per un attento uso della prospettiva, frutto di precisi studi geometrici.

2. Non si sa molto della vita di Piero della Francesca, a partire dalla data di nascita che non appare certa poiché un incendio bruciò gli atti di nascita dell'anagrafe di Sansepolcro. Suo padre era un commerciante, per questo motivo, il giovane Piero, da subito prese dimestichezza con i calcoli e le formule matematiche.

Sappiamo che nel 1439 Piero della Francesca si trovava a Firenze, dove si formò artisticamente lavorando come aiutante per Domenico Veneziano. Nella città toscana, ebbe modo di conoscere artisti come Masaccio e Paolo Uccello, a cui si ispirò per lo studio della prospettiva, rimanendo al contempo affascinato dalle opere del Beato Angelico per la resa dei colori e della luce. Urbino, Ferrara, Bologna, Arezzo, Rimini, Roma, Perugia: tra gli anni quaranta e cinquanta, Piero della Francesca fu ospite di importanti corti italiane, dove realizzò opere per conto dei ricchi signori dell'epoca, come ad esempio il monumentale affresco San Sigismondo e Sigismondo Pandolfo Malatesta, realizzato nel 1451 per i signori di Rimini.

Piero della Francesca, Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo, 1451, affresco, 57×345 cm, Tempio Malatestiano, Rimin
Piero della Francesca, Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo, 1451, affresco, 57×345 cm, Tempio Malatestiano, Rimin

Al 1460 risale una delle opere più celebri e misteriose di Piero della Francesca: si tratta de La flagellazione di Cristo. A parte per il magistrale uso della prospettiva e dei colori, il dipinto conserva un enigma che ancora non è stato chiarito: chi sono i tre personaggi in primo piano? C'è chi sostiene che l'interpretazione del quadro sia legata alle vicende politiche dell'epoca, ma non vi è alcuna certezza definitiva. 

Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, 1470 circa, tecnica mista su tavola, 58,4×81,5 cm, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino
Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, 1470 circa, tecnica mista su tavola, 58,4×81,5 cm, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Fu in questi anni che l'arista realizzò due delle sue opere più celebri: il Doppio ritratto dei duchi di Urbino (1465 - 1472) e la Pala di Brera (o Pala Montefeltro, 1472 - 1474, in fondo all'articolo).

In entrambe le opere il duca di Urbino, ossia Federico da Montefeltro, è ritratto nel suo profilo sinistro. Non è un caso: il duca aveva perso l'occhio destro, non si sa se in battaglia o durante una giostra, per cui preferiva farsi ritrarre solo di lato. Pare anche che si fosse fatto limare la parte superiore del naso per avere maggiore visibilità con l'occhio buono e compensare così l'handicap fisico. 

Piero della Francesca, Doppio ritratto dei Duchi di Urbino, 1465-1472 circa, olio su tavola, 47×33 cm ciascun pannello, Uffizi, Firenze
Piero della Francesca, Doppio ritratto dei Duchi di Urbino, 1465-1472 circa, olio su tavola, 47×33 cm ciascun pannello, Uffizi, Firenze

Tre opere di Piero della Francesca da conoscere

-Pala di Brera, 1469-1474, Pinacoteca di Brera, Milano

-Doppio ritratto dei Duchi di Urbino, 1465-1472 circa, Uffizi, Firenze

-Flagellazione di Cristo, 1470 circa, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino. 


SANDRO BOTTICELLI

Sandro Botticelli è un pittore fiorentino del Quattrocento. E' considerato uno dei maggiori esponenti del Primo Rinascimento, movimento culturale che concilia i modelli di bellezza dell'antichità classica con le nuove conoscenze e lo spirito umanista dell'età moderna. Alessandro di Mariano Filipépi nasce a Firenze nel 1445. Il soprannome Botticelli deriva probabilmente da "battigello", ovvero colui che batte l'oro, in riferimento al mestiere del fratello orafo. La tradizione lo vuole a bottega, prima da Filippo Lippi, e poi dal Verrocchio, che ha tra i suoi allievi anche Leonardo da Vinci. Le opere di questi anni risentono dell'influenza dei suoi maestri. 

La Primavera
La Primavera

La Primavera di Sandro Botticelli è un'opera molto celebre per via del soggetto allegorico e dal significato ancora non del tutto svelato. Sandro Botticelli, La Primavera, 1475-1486, tempera su tavola di pioppo, 203 x 314 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi. 

I personaggi allegorici del dipinto sono allineati sul primo piano di un paesaggio scuro e controluce. Infatti a destra Zefiro raggiunge e abbraccia la Ninfa Clori che appare nuovamente a sinistra nelle forme di Flora vestita di fiori. Al centro poi sono raffigurati Venere e Cupido che scaglia il dardo d'amore. Le tre Grazie inoltre danzano sulla sinistra vestite con veli trasparenti. Mercurio infine alza il braccio destro e con il caduceo tocca una nuvola. Infine il prato è cosparso di fiori ed erbe mentre tra le fronde degli alberi sono dipinti frutti color arancio.  

Nascita di venere
Nascita di venere

Nota come "Nascita di Venere", la composizione raffigura più precisamente l'approdo sull'isola di Cipro della dea dell'amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta dai venti Zefiro e, forse, Aura. La dea è in piedi sopra la valva di una conchiglia, pura e perfetta come una perla. L'accoglie una giovane donna, identificata talvolta con una delle Grazie oppure con l'Ora della primavera, che le porge un manto cosparso di fiori; alla stagione primaverile rimandano anche le rose portate dai venti. Il tema del dipinto, che celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, fu forse suggerito dal poeta Agnolo Poliziano. 


GIOVANNI BELLINI 

Giovanni Bellini, pittore italiano del Tardo Rinascimento, meglio conosciuto come Il Giambellino, appartenente ad una famiglia di artisti, nasce a Venezia intorno al 1430. Nella sua pittura giovanile si nota l'influenza del Mantegna, suo coetaneo e cognato, con il quale aveva lavorato per suo padre Jacopo Bellini, e dal quale aveva imparato l'arte della prospettiva, l'attenzione agli spazi, il risalto, l'importanza dei contorni e gli schemi compositivi elaborati. Più avanti Giovanni Bellini raggiungerà una propria maturità stilistica, distaccandosi parzialmente dai vecchi schemi, caratterizzandosi in una particolare luminosità, nell'armonia dei colori, nella sensibilità verso il paesaggio naturale e l'empatia delle sue figure. 

ORAZIONE NELL'ORTO


PIETRO PERUGINO

Pietro Vannucci detto il Perugino, massimo esponente della pittura umbra del XV secolo, sembra sia nato fra il 1448 ed il 1450 a Città della Pieve, sotto il dominio di Perugia.  Nulla si sa per certo dei primi passi del Perugino nel mondo dell'arte, ma potrebbe essere stato un allievo di Fiorenzo di Lorenzo (c. 1440-1525), pittore minore di Perugia e del più celebre Piero della Francesca (c. 1420-1492) ad Arezzo.

Pittore di grande fama al tempo suo, ma anche molto criticato da artisti a lui successivi, Perugino inizia presto la sua attività, diventando discepolo di Piero della Francesca.

A Firenze nel 1472, si iscrive alla Compagnia di San Luca e lavora nella bottega di Andrea del Verrocchio, dove anche Leonardo da Vinci era apprendista e diventa suo compagno di studi. L'artista si trova a lavorare a fianco di artisti del calibro di Botticelli, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, affresca la finta pala d'altare della Cappella Sistina, alcuni riquadri con "Storie" di Mosé e di Cristo, e la celebre "Consegna delle chiavi a San Pietro". 

L'affresco costituisce uno dei vertici artistici del ciclo della Sistina ed è considerato il capolavoro del Perugino. Domina la scena in primo piano l'episodio della consegna a Pietro, inginocchiato davanti a Cristo, delle "chiavi del regno dei cieli" (Matteo 16, 13-20), simbolo della sovranità e quindi del conferimento dei poteri al primo vicario di Cristo in terra. Sullo sfondo si impone il Tempio di Gerusalemme, rappresentato in forme rinascimentali come una costruzione ottagonale a cupola, ai lati del quale sono disposti simmetricamente due archi trionfali che imitano quello di Costantino a Roma. In secondo piano sono rappresentati altri due episodi evangelici: il pagamento del tributo (Matteo 17, 24-27) e la tentata lapidazione di Cristo (Giovanni 8, 31-59; 10, 31-39), a cui si riferisce l'iscrizione soprastante ("CONTURBATIO IESU CHRISTI LEGISLATORIS"). Nel personaggio con il berretto nero e una folta capigliatura scura si suole riconoscere il Perugino stesso.

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